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Mi piace l’odore delle castagne.
Vado tenendo in pugno
sguardi affrancati
e parole sull’autunno
blaterato il disgusto dell’estate
…e piango il possibile
rigurgito racconti di donne nude
sorrido
tutte le cose che ho voluto
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Mi piace l’odore delle castagne.
Vado tenendo in pugno
sguardi affrancati
e parole sull’autunno
blaterato il disgusto dell’estate
…e piango il possibile
rigurgito racconti di donne nude
sorrido
tutte le cose che ho voluto
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Carica scarica,
l’imbuto delle speranze
è là, dove mi sono tolta il vestito
e sopra messo le scarpe infangate
che ho disconosciuto il rullio delle regole
in cambio a qualche piega
di sorriso
come scacciato da un pezzo di carta
rimosso dalle forme di bene
e concessioni di fiato sospeso
nella durata di un minuto
per vederti esistere
sbracciato, in balia dei miei brividi.
Ho messo i sigilli alle porte,
sfregiato le maniglie
e i colpi non tornano più
quando mi sbriciolo tra le mani
il vento
e le fessure
le ossa
ripartendo in movimenti,
la coscienza di ogni muscolo
presenza.
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Non è il pensiero che guida le scelte
se il collo pende in giù
e si sentono arrotolare
alle membra le scale,
quelle della speranza
che si aggira
e mai tocca in definitiva
la disperazione.
Pensavo di regalarti
un cesto di ricordi
quelli non più miei
ma che si schiantano ogni volta
sullo screpolio a fuoriuscita
di sangue sotto ai denti,
potrei credere al potere
di un’influenza
delle buone azioni
o del tempo impegnato
da me, a chi si ha meno
di me.
E’ che le rette vie
le tocco spesso
le indosso come motto
ma vile l’esperienza
non fa di loro sentire
vivo in un pugno di energie
che elargisco alle attenzioni
sui fatti minimi, coscienti
ma sempre più forti dei miei basta.
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Dicono che
dietro alla disperazione
ci sia la voglia di svolta
(non contraddico)
ma parlano di soluzione
di nodi in capo ad ogni corsa
e strisciar di piede
come rivalsa.
L’ultima volta
rinchiusi in un barattolo
qualche sfregio di vita
ma a stento ingordo il palato
conficcò nei polmoni
sconfitta.
Voi, che urlate ai non credenti
sputate in faccia le probabilità
(confesso peccati)
persino la speranza
ma voi, al tempo del
discernere sui fatti
sfrecciate piedistalli di bonaccia
sulle discariche avreste
un manto sopra gli occhi
e niente graffi in caduta.
Smetto l’accoglienza
lo sguardo del domani
dimetto la carne dall’essere spinta
soluto degli ingorghi al condizionale.
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Avrei scroccato quella sedia
nel portone a velo in chiesa.
Saprai del passo preda a uno zerbino
e la cerca di fede
in esterni di un cappello
saprai perché se anche…
convalidato e scelgo
questa volta un passaggio
(mi domanderanno documenti)
…è questione di
ginocchia
terra
in procinto di fuga e ali volgarizzate
che smilzano i centri alle porte
feriti dalla carne
sull’ipocrisia dei sempre come chiave ai rigori.
Maestra per gli animali:
tutto il rispetto
ma se in strada una scorciatoia
trascina il fiato tra le ruote
il Maestro che non sa
allestire piedi negli assalti
dei perché
avanza il biglietto
come sangue per cuscino.
Ed io,
stringo le scosse
e aggrappo un vestito
dall’orlo smesso all’apparire
lì, tra lo scoppio delle scimmie
trovo
la spiaggia
e l’acqua che adduce
scadenze.
Voglio:
annegarmi le spalle
ammorbidire i gomiti
tra le foglie ai seni.
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Dove arriva l’appetenza se nel sottoscala
ricco d’inferno e giorni su tregue
ti sbricioli tra le cascate a ventre in giù
e corri su risucchi del non vivere?
Portati in sacca una scorta di bile
ed emulsiona le speranze
al contempo gli ingorghi delle fate
dei dolci al tempo amari
lasciali fuggire ai lati, sciogliersi
in corrispondenze di ciò che esce
di consensi
ancora indietro sulle entrate
Che sia sospinta in un mese d’estate,
a bocca aperta
verso… contrade a gocce,
la consapevolezza
e i girotondi smessi
ripidi
sugli scaffali.
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indosso l’inasprirsi delle dune
l’accartoccio di un braccio
in sospeso…
a spinta di tensione
sul palmo là che preme
la solita mutanda
quella che usi nei giorni di battesimo
all’aprire delle carte
immischiate nei tuoi abiti di buona.
Scarso
spinge non tocca
quella che sotto alle unghie
definisci vita
ti dico, che non sfiora
la raccoglie in grumi
a fili di stupore
nei due giorni che mancano
di concime alla domenica.
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Se in triangoli segreti scorgi
dove esce la vita e ancor più
dimmi degli aranci che scoppiano
in convulsioni al piacere
per riportare in giunzioni
quell’alito che inchiodi.
È piazza Ducale in pasto all’autunno
noi e un tono fuori luogo a sorriso
schifato in faccia all’equilibrio
quello delle formiche in subbuglio
esploso in gomiti sulle piastrelle
circondami di tutti i piedi che tentenni
te lo chiedo in movimento
spostami le terre e la fortuna
cospira in me la luccicanza:
non-strategia, delle albe insieme
mettimi al dito
dal manto delle ere spose.
Il sole appassito nei ritrovi.
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Portiamoci in tasca i discorsi sul da farsi
ma non oggi che
le previsioni in vista delle gambe
sul tempo si sono avverate
barricata dai vetri in casa buona
ho trovato un marsupio sospinta da una voce
che mi avvolge in contesti e proporzioni
del me, esistere come braccio al mondo
come un punto riciclato che fa di due una
troppo squallido da impastare
in sistemi mediocri e modernità.
Sono assaggio di sistema, io?
un imbuto tritapassati e schegge
conficcate nel respiro
qui..
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Cosa direi della pazzia del mio essere basta
sulle dita a due che tagliano frangenti
e scricchiolii di coda alle matasse?
È tra me e la cima dell’esistere
il capriccio del vuoto
nonostante gli strabordi e
gli avventi sulla schiena nelle nostre notti,
nostre che oggi scorrono altrove
da me, ego di premesse
altrove da te che aspiri la mancanza
e l’essere uguale di una giuntura al bacio
per seguire seduzioni
all’ingoio degli scandali
anche ora che lasci attesa
dove le piene s’inoltrano nel dorso
e adduci sposti a volte premi
sul petto ormai disteso
a carezze in rovesci e sudori
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